C’è chi dice che la birra artigianale sia una questione di tecnica e chi, invece, ne fa una questione di cuore. Per Daniele, fondatore della beer firm Drolle, le due cose sono facce della stessa medaglia: la sua formazione da grafico incontra la ruvida autenticità della montagna torinese. In questa intervista, Daniele ci svela come una piantagione casuale di luppolo Comet durante la pandemia si sia trasformata in un progetto brassicolo d’identità, dove ingredienti come il miele di rododendro e la genziana non sono semplici decorazioni, ma frammenti di un vissuto montanaro. Dalle collaborazioni con i terzisti alla narrazione ironica del personaggio di Gelindo, scopriamo cosa significa oggi produrre birra di qualità mantenendo uno sguardo fisso sulle cime e uno, attentissimo, all’estetica del brand.
Daniele, da homebrewer ad animatore di una beer firm: qual è stato il momento esatto in cui hai capito che le tue birre non dovevano più restare confinate tra le mura domestiche?

È stato quasi casuale, nel senso che nell’autunno del 2020 avevo piantato una trentina di piante di luppolo (Comet), con l’intenzione di usarlo “in casa”; l’anno dopo, in estate, mi resi conto che ne stava venendo molto più di quanto mi sarei aspettato e da lì pensai che magari valesse la pena provare a fare un passo in più (complice anche la situazione post-covid che aveva lasciato dei contorni tutt’altro che chiari sul come ne saremmo usciti). Nell’autunno del 2021, precisamente verso la metà di novembre, stavo facendo la mia prima cotta “in grande” e a gennaio 2022 vendevo le mie prime bottiglie.
“Birra montanara”: cosa significa concretamente questo termine per chi beve una Drolle? È solo una questione di provenienza dell’acqua o è un approccio filosofico alla produzione?
No, alla base di tutto c’è sicuramente un vissuto e un attaccamento alla montagna, dove sono nato e cresciuto. Ogni mia birra, in qualche misura, porta con sé un collegamento alla montagna, a partire dall’etichetta, come è facile intuire. Anche gli ingredienti usati parlano di questo, dal miele di rododendro usato nella Ameut, al ginepro e alla genziana della Genè e al fatto che la Malparâ venga fatta maturare nelle vecchie miniere di talco della Val Germanasca. A volte questa cosa è più esplicita e altre no, ma comunque c’è sempre.
Il luppolo coltivato in quota (come il Comet) è una tua firma distintiva. Quali sono le sfide tecniche e ambientali di produrre luppolo in Val Germanasca e come influenza il profilo aromatico delle tue birre?
In realtà il luppolo non viene coltivato in quota, ma parliamo di 400 metri, ai piedi delle montagne. Difficilmente sarebbe possibile coltivarlo al di sopra dei 1000 metri (fatto salvo per quello selvatico) specialmente se parliamo di varietà adatte per la birrificazione. In ogni caso l’idea di provare ad usare anche quello che cresce liberamente a quote più alte mi è già venuta e chissà che un giorno non mi ritrovi a provarci veramente.
Oggi il modello “beer firm” viene spesso visto come una scelta di compromesso. Per te è stata una scelta strategica o un passaggio temporaneo in attesa di un impianto di proprietà?
In una certa misura lo è, per un fatto di costi, principalmente, e poi forse anche perché se vuoi “provare” per vedere come va, mi sembra anche la scelta più intelligente da fare. L’impianto di proprietà credo sia un po’ il sogno di buona parte di quelli che partono dal beer firm, non dico di tutti, ma sicuramente è un’idea che stuzzica e a cui è difficile non pensare affatto.
Come scegli i birrifici “terzisti” con cui collaborare? Quali requisiti tecnici e di sintonia devono avere per poter tradurre fedelmente le tue ricette?
Nel mio caso i fattori sono stati tre: il prezzo (inutile girarci intorno, è la prima cosa che guardi), la possibilità di collaborare alle cotte e la sensazione di aver trovato le persone “giuste”. È evidente che sei un “cliente”, ma poi le dinamiche e le persone che incontri, fanno la differenza. Non stai solo facendo la tua birra ma stai anche imparando delle cose perché dall’altra parte c’è chi ha voglia di ascoltarti e, soprattutto, di spiegare.
Gestire una beer firm richiede un controllo qualità ancora più stringente. Come riesci a mantenere la coerenza del tuo stile, sapendo di non avere il controllo diretto “sui fuochi” ogni giorno?
Beh, ti direi che dopo qualche anno c’è un livello di fiducia nella professionalità di chi sta dall’altra parte per cui le cose vanno come devono andare. Non mi pongo nemmeno il problema e, fino ad oggi, il risultato mi dà ragione. Ormai rientra nella normalità, ma sul perché potrei rimandarti alla risposta precedente.
Sei un grafico di professione: quanto pesa l’estetica nell’approccio al mercato della birra artigianale oggi? Una birra deve essere “buona da vedere” prima ancora che “buona da bere”?
Credo che una cosa non debba escludere l’altra, specialmente al giorno d’oggi. Va da sé che non è vera l’equazione etichetta poco curata = birra non buona, ci mancherebbe. Ma è un fatto di mercato e di come si viene percepiti; se curi la tua immagine, di riflesso stai comunicando che metti altrettanta cura in ciò che produci. Se poi la vogliamo mettere sul solo piano del scegliere una birra (o un qualsiasi altro prodotto che vedi sullo scaffale), la vista è quella che fa decidere. Il discorso è certamente complesso: la storia che hai da raccontare, molto spesso, vale quanto il modo in cui la racconti.
Il personaggio di “Gelindo” aggiunge un tocco di mistero e ironia alla vostra comunicazione. Perché avete sentito il bisogno di creare una figura narrativa attorno al brand?
La storia di Gelindo è nata perché volevamo una sorta di voce narrante che introducesse con il giusto mood il marchio e il prodotto, o meglio, i prodotti. Che portasse la sua filosofia fatta di giornate diverse da quelle a cui siamo abituati. È una presenza che aleggia costantemente intorno al mondo Drolle, anche se non è sempre percepibile. Però sai che c’è.
Il mercato è saturo di marchi e stili. Come fa Drolle a far capire al consumatore finale che non è “l’ennesima birra”, ma un progetto territoriale con un’anima specifica?
Eh, bella domanda, non sono sicuro che esista una sola risposta valida. In genere facendo fiere, come faccio io e come fanno molti altri, intanto porti in giro il concetto che c’è una grossa differenza tra la birra artigianale e quella industriale (e qui non c’entra il marchio), quindi parli di qualità delle materie prime, di processi produttivi, di piccole quantità – rispetto all’industria -, e poi racconti te stesso, quello che fai e come lo fai. Credo che molte persone riescano a capire e che quindi alla fine ti scelgano per un insieme di fattori. Primo fra tutti è che la birra gli piaccia, va da sé. Poi riguardo al mercato saturo, credo sia vero in parte, perché la birra artigianale, in Italia si attesta intorno al 3%; credo sia più un discorso di cultura che di spazio. È anche per quello che si fanno fiere e si continua a spiegare e raccontare.
Qual è la birra della vostra gamma che senti più “Drolle” di tutte, quella che racconta perfettamente il vostro legame con la montagna?
Io non posso che rispondere la “Loup”. Perché è stata la prima fatta per essere messa in vendita, perché è quella che, da homebrewer, avevo fatto per me, su cui ho lavorato perché volevo fare la birra che piacesse a me. È una risposta di pancia, e non potrebbe essere diversa.
Avete iniziato in piena pandemia, un periodo complesso. Guardando indietro, qual è stato l’errore più utile che avete commesso e da cui avete imparato di più?
Ti dirò che molto probabilmente se non avessi piantato il luppolo nel periodo del Covid, forse non avrei dato il via a quello che c’è oggi. Non ne sono ovviamente sicuro al 100%, ma quel periodo e quell’incertezza hanno fatto in modo che qualcosa mi desse la spinta necessaria a partire. È stata una combinazione di fattori e di tempi che hanno creato l’occasione giusta. Sugli errori mi viene difficile risponderti; di certo ho imparato molto, ma non necessariamente da un qualche errore, almeno nulla di così eclatante.
Se dovessi guardare al prossimo lustro, come vedi l’evoluzione del brand? C’è l’idea di integrare anche una dimensione di accoglienza, magari un pub o un taproom in quota, o preferisci mantenere la natura di beer firm “nomade”?
Sicuramente mi auguro che ci sia la possibilità di evolvere e credo che, per esempio, un locale di somministrazione sia qualcosa che mi piacerebbe creare. Anche qui è questione di occasioni che vanno ben ponderate. Devono però esserci le condizioni giuste, quelle che ti fanno fare un ulteriore passo perché ne sei assolutamente convinto.
Un ringraziamento sentito a Daniele per la disponibilità e per averci aperto le porte del mondo Drolle. Raccontare realtà capaci di intrecciare così profondamente il prodotto al territorio è, per chi scrive, un piacere oltre che un dovere di cronaca brassicola. La sua testimonianza conferma che dietro una grande etichetta non c’è solo un’intuizione grafica, ma una filosofia solida che affonda le radici nella roccia e nella passione.
In bocca al lupo a Drolle per le sfide future, con l’augurio di trovarci presto a brindare davanti a quel locale di somministrazione che Daniele ha iniziato a sognare.
