Ho avuto il piacere di presenziare sabato 1 settembre a Latisana all’inaugurazione del birrificio BASEI, ultima novità brassicola della bassa friulana. Mastro birraio è GIUSEPPE CIUTTO che, dopo diversi anni ha homebrewer e un percorso di formazione con il prof. Buiatti all’Università di Udine, spinto dalla sorella si è lanciato nell’avventura; non da solo, però, perché insieme a lui ci sono diversi soci che hanno portato il capitale – sia economico che in termini di risorse umane – necessario.

Il caso di Basei è un’ulteriore dimostrazione che, se fino a qualche anno fa ancora c’era chi partiva per l’avventura birraria armato solo di passione e di scarsi mezzi, ora non è più così: la quasi totalità degli ultimi ingressi nel settore con cui ho avuto modo di confrontarmi ha alle spalle almeno un socio finanziatore, e si rivolge ad altri professionisti per quanto riguarda controllo qualità, grafica, marketing, comunicazione ed altro ancora. Insomma, posto che ormai da tempo nessuno crede più che “la birra buona si vende da sola”, c’è coscienza che per pensare di aprire l’ennesimo birrificio è necessario investire più di un tempo sia sul saper fare la birra che sul saperla vendere. E non a caso è stato questo uno dei primi temi su cui ho provocato Giuseppe, chiedendogli il perché della decisione di aprire un birrificio in un momento storico in cui la vulgata parla di saturazione: e per quanto lui si sia soffermato in primo luogo sulla passione e sulla voglia di fare questo mestiere, una visita al nuovo impianto e un’occhiata alla compagine societaria confermano come sia necessario dare a questa passione anche una base sotto il profilo imprenditoriale.

Ad unirsi a lui come soci sono infatti stati GIUSEPPE LAMANNO – che potremmo scherzosamente definire “lo zio d’America” della situazione, dato che vive a New York e fa da responsabile esportazione negli Usa -; DAVIDE CUNIAL, responsabile commerciale; STEFANO MOVIO, responsabile della logistica; ANTONIO LEANZA, responsabile finanziario; e la già citata sorella SERENA, responsabile amministrativa e marketing.

Il birrificio è stato battezzato con il soprannome dato in paese a questo ramo della famiglia Ciutto – Basei, appunto; ed ora, dopo quelli che Giuseppe ha descritto come lunghi preparativi – tra formazione, ricerca dei soci e dei finanziamenti, allestimento del capannone e dell’impianto e burocrazia varia – l’avventura è partita. Dopo il taglio del nastro, Giuseppe e soci hanno accompagnato i presenti a visitare il birrificio; occasione in cui ho avuto modo di fare una chiacchierata con il mastro birraio sui processi di controllo qualità che ha approntato, aspetto al quale ha affermato di porre particolare attenzione soprattutto per quanto riguarda l’acqua – non avendo quella disponibile in loco il profilo chimico ideale.

Sono sette le birre a listino – una koelsch, una amber ale, una apa, una porter, una american wheat, una blanche e una session ipa – di cui quattro disponibili alla spina il giorno dell’inaugurazione; tutte brassate secondo la filosofia di voler puntare a birre sì caratterizzate, ma che comunque rimangano semplici nel complesso e di facile beva – significativa in questo senso la scelta di fare solo 0,33 e fusto, per eccellenza i formati della bevuta informale.

A portare il nome di casa – Basei – è la koelsch, che personalmente ho trovato relativamente poco caratterizzata per lo stile: potremmo dire che ambisce a prendere, nel repertorio di Basei, il posto della classica bionda buona per tutti i gusti e per tutte le stagioni, pur senza abbandonare del tutto le caratteristiche peculiari dello stile di riferimento.

Interpellato su questa mia considerazione, Giuseppe ha risposto che era sua intenzione fare appunto una rivisitazione della koelsch, puntando su una delicatezza ancora maggiore sia in aroma che in amaro rispetto alle birre di Colonia a favore del maltato del corpo, che rimane comunque molto snello.

Sempre sulla linea della facile beva – naturalmente – la session ipa Mattnik; improntata su aromi agrumati e di frutta tropicale non invadenti ma che spiccano bene – da segnalare eldorado e mosaic in dry hopping – a fronte di un corpo molto esile e di un amaro finale sui toni citrici, delicato e non troppo persistente, ma deciso a sufficienza da chiudere la bevuta.

Può in un certo senso essere definita la “sorella maggiore” la Mojo, una apa ambrata in pieno stile che punta su una luppolatura sempre tra l’agrumato e il fruttato – cascade, chinhook, simcoe, più citra in dry hopping – ma che non lesina sulla componente tostata del corpo, che ben si amalgama all’aroma e precede un amaro più deciso della precedente a controbilanciare i toni maltati.

La più peculiare è sicuramente la american wheat Aguiar, che all’aroma esibisce toni floreali, accanto a quelli citrici della scorza di limone, che arrivano a coprire i profumi tipici del frumento; per aprire poi ad un corpo anche qui snello sulle note dolci del cereale, prima di un taglio finale di un amaro citrico che arriva quasi a sorpresa.

Nota a parte merita il design delle bottiglie – dalla caratteristica forma bombata – e delle etichette, stampate in rilievo: aspetto con il quale, ha affermato Giuseppe, il birrificio intende darsi una nota caratteristica.

Per ora Basei distribuisce a livello locale, oltre che – come già accennato sopra – a New York; per il prossimo futuro è in progetto l’apertura della tap room.

Non mi resta che fare i migliori auguri a Giuseppe e soci per questo percorso appena iniziato. Concordo in generale sul fatto che siano birre che cercano di trovare la propria nota caratteristica, pur rimanendo nella semplicità; una ricerca che sicuramente Giuseppe dovrà proseguire, essendo ancora alle prime battute, e che auspico porterà buoni frutti.

Lo staff del portale Nonsolobirra.net, ringrazia Chiara Andreola

per la disponibilità e la collaborazione.

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