Incontriamo Francesca Morbidelli, figura centrale della divulgazione birraria in Italia, giudice in prestigiosi concorsi internazionali e volto trainante di Pinta Medicea. Nato in un’epoca pionieristica in cui la birra artigianale muoveva i suoi primi e timidi passi nel nostro Paese, il progetto di Pinta Medicea ha saputo attraversare le grandi trasformazioni del web e del mercato, evolvendosi da dinamica associazione di appassionati toscani a solido punto di riferimento editoriale indipendente.
In questa intervista, Francesca ci porta dietro le quinte di un percorso lungo quasi vent’anni. Dalle storiche e appassionate discussioni sui primi forum online alle complesse dinamiche della comunicazione moderna sui social, fino ad arrivare alle sfide cruciali che attendono i birrifici indipendenti nei prossimi cinque anni, emerge il ritratto di una professionista che non ha mai perso di vista la vera essenza della birra: l’indipendenza, il legame con il territorio e, sopra ogni cosa, il valore umano della condivisione.
Ciao Francesca, Pinta Medicea è nata quando il panorama della birra artigianale italiana era ancora agli albori. Qual è stata la scintilla che vi ha spinto a passare da semplice associazione di appassionati a punto di riferimento editoriale per il settore?
Più che scintilla direi evoluzioni naturali, perché Pinta Medicea ha una storia lunga e varia da cui credo dipenda buona parte della sua longevità. Si è formata quasi spontaneamente, riuscendo ad attirare un bel po’ di persone interessate alla birra artigianale e alla birra di qualità, ognuna con percorsi molto diversi alle spalle. Era un’epoca pre-social, in cui tutti noi avevamo l’abitudine, molto più di oggi, di incontrarci dal vivo e si creavano tante occasioni di ritrovo: giornate di cotta in casa, degustazioni, eventi, corsi… quasi tutti eventi amatoriali che riuscivano davvero a mettere insieme appassionati che poi facevano amicizia e coinvolgevano altre persone. Così la base si allargava a vista d’occhio.
Pinta Medicea come associazione strutturata nasce qualche anno dopo, quando alcuni di noi hanno deciso di fare qualcosa di più. Sentivamo il bisogno di creare spazi pubblici dedicati alla birra artigianale perché praticamente a Firenze non esistevano, e quasi nessuno ne sapeva nulla. La prima grande ondata di microbirrifici italiani ha poi dato un’ulteriore spinta: veniva voglia di conoscere chi c’era dietro quelle birre, di scoprire i territori, le persone, le storie. I birrai partecipavano ai ritrovi di noi appassionati con le loro birre, per assaggiarle assieme e raccontarci la loro visione.
Parlo davvero di un’epoca pionieristica; poi iniziarono a diffondersi i primi pub specializzati e nacquero i primi festival importanti che riunivano gli appassionati. Successivamente hanno cominciato a nascere e a diffondersi i social, che hanno fatto da coadiuvante. In pochi anni il movimento è esploso: sono arrivati i locali, nuove persone, nuove professionalità, nuovi birrifici, nuovi eventi. Tante attività che faceva Pinta Medicea all’inizio sono diventate meno necessarie: per esempio vendere le birre ai mercatini, perché finalmente le birre artigianali si trovavano nei pub specializzati e potevano raggiungere un pubblico più vasto. A quel punto, secondo me, aveva senso concentrarci sulla divulgazione, sulle collaborazioni esterne, sulla formazione, sul condividere l’experience e le conoscenze, e sul tenere traccia degli eventi validi e delle notizie a nostro avviso rilevanti. E così abbiamo fatto.
In quasi vent’anni di attività sul web, hai visto nascere e morire molti progetti. Qual è il segreto della longevità di Pinta Medicea e come è cambiato il modo di comunicare la birra dal 2007 a oggi?
Tutto si è sviluppato in modo naturale, in base a quello che succedeva. Poi ci sono io che continuo a lavorarci con piacere.
Con il passare del tempo ho eliminato alcune attività che non sentivo più mie o che non avevano più senso. Anche perché gli altri co-fondatori, ormai da tanti anni, hanno preso altre strade, talvolta anche lontane dal mondo della birra. Così mi sono trovata naturalmente a portare avanti pintamedicea.com, che gestisco da sola da più di un decennio, con piacere. Mi piace farlo e, strumenti di analisi alla mano, ho un bel riscontro da parte del pubblico.
In questi quasi vent’anni però è cambiato tutto: è cambiato il mondo birrario, è cambiato il modo di comunicare, sono cambiata io. Però il blog per me resta importante: avere uno spazio personale sul web è sempre stato fondamentale. Ho sempre sentito il bisogno di raccontare e condividere questo mondo.
Sei spesso impegnata come giudice in concorsi internazionali (come i recenti Greek Beer Awards). Cosa cerchi oggi in una birra per definirla “emozionante” al di là della pura correttezza tecnica?
Per me esiste una differenza abissale tra il giudicare una birra in un concorso e il berla fuori da una competizione. Sono proprio due attività differenti. Nei concorsi l’esecuzione tecnica, l’equilibrio e la percezione complessiva della birra sono ovviamente fondamentali. Spesso una birra in una gara si trova accanto a tante altre molto simili, e chi giudica deve riuscire a individuare quella fatta meglio, selezionandola tra un pugno di birre di livello qualitativo analogo. Qui l’analisi del dettaglio e la conoscenza dello stile sono imprescindibili.
Nella vita “normale”, invece, per me conta prima di tutto il contesto e con chi condivido la birra. Per me la compagnia è più importante di ciò che si beve. Ovviamente cerco sempre buone birre dello stile che mi va in quel momento, ma non mi soffermo sul dettaglio tecnico come accade durante un concorso. Perché bere birra è in primo luogo un’esperienza piacevole, capace di mettere insieme le persone. Se ci pensi, associamo quasi sempre il “bere birra” a momenti condivisi: la pizza, la partita, il concerto, un ritrovo, ecc.
Come docente, qual è l’errore più comune che riscontri negli appassionati che si avvicinano per la prima volta a un corso di degustazione?
Più che errori, a volte riscontro aspettative a mio avviso un po’ fuorvianti. Alcuni arrivano pensando che un corso debba trasformarli subito in esperti super tecnici, mentre secondo me dovrebbe soprattutto offrire la base teorica per entrare in questo mondo e goderselo. Poi c’è tempo di sviluppare “la tigna”. Dai primi corsi e degustazioni di Pinta Medicea sono nate amicizie e legami che durano ancora oggi, e questa per me è una delle cose più belle.

Negli ultimi anni si parla molto di “ritorno agli stili classici” e di una maggiore attenzione alla bevibilità rispetto agli eccessi del passato. Pensi che il consumatore italiano sia diventato più maturo o c’è ancora molto lavoro da fare?
Dopo il COVID il mercato è cambiato: le persone bevono birre più leggere e si stanno affermando sempre più le analcoliche. Le ragioni sono molteplici; dico solo che, secondo me, i consumatori sono molto più informati rispetto anche a solo pochi anni fa. La birra artigianale è sempre meno roba da beer nerd. Il lavoro è stato fatto, ma deve continuare per allargare la base di persone che scelgono di bere birre artigianali.
La Toscana ha una tradizione birraria fortissima e peculiare. Quali sono, secondo te, i tratti distintivi che rendono i birrifici toscani unici nel panorama nazionale?
La prima cosa che mi viene da dire è il legame col territorio e l’uso di materie prime a km zero; anzi, “a centimetro zero”, come direbbe il Kuaska. Però poi ci penso un attimo e mi rendo conto che questo vale ormai per la maggior parte dei birrifici italiani, non solo della mia regione. Per questo motivo faccio fatica ad attribuire alla Toscana qualità speciali che il resto della birra artigianale italiana non abbia. Sicuramente esistono birrifici toscani (e non) a cui sono legata affettivamente da una vita, ma lì entrano in gioco anche dinamiche personali.
Gestisci diversi canali social, da Instagram (con il peculiare handle @birraitaliana) a Telegram. Quale piattaforma ritieni oggi più efficace per creare una vera community e combattere la superficialità dell’informazione “mordi e fuggi”?
Per tanti anni Pinta Medicea, ben prima di avere un sito, aveva un forum online molto attivo, dove si condividevano informazioni di ogni genere. E non eravamo gli unici: all’epoca esistevano tanti forum in cui gli appassionati di birra si confrontavano, si scambiavano posti da visitare e ricette. Erano strumenti preziosissimi, perché rappresentavano l’unico modo per allargare la propria visione. La “fase dei forum” è stata a mio avviso fondamentale per l’esplosione del movimento birrario degli appassionati.
Quando poi è arrivato Facebook, la conversazione online si è spostata tutta lì: si è allargata tantissimo, ma secondo me si è perso anche qualcosa della magia di quei tempi. È iniziata un’era più commerciale della comunicazione della birra artigianale, in cui le community sono diventate un po’ più marginali. Per rispondere alla domanda, direi che oggi Reddit e potenzialmente anche Telegram sono le piattaforme che ancora riescono a mantenere un minimo di varietà nella conversazione pubblica.
Hai spesso collaborato con realtà come Unionbirrai e MoBI. Quanto è importante, secondo te, fare “rete” tra le diverse associazioni per far crescere l’intero comparto?
È fondamentale, e lo è sempre stato. Però credo sia molto importante anche mantenere la propria voce e la propria identità: questa è una cosa che ho capito col tempo.
L’unione fa la forza, soprattutto in un settore frammentato come quello della birra artigianale italiana. Associazioni come Unionbirrai e MoBI hanno portato innovazioni importanti e hanno fatto tantissimo per il movimento. Quindi ben vengano le collaborazioni e il lavoro comune, che continueremo a fare ogni volta che ne avrò la possibilità.
Sei una grande sostenitrice del connubio tra birra e alta cucina. C’è un abbinamento che consideri la tua “firma” o uno che ha sorpreso anche te per la sua efficacia?
Alta cucina direi di no, non sono un’esperta, però sicuramente cucina “medio-bassa” e birra sì, sono una grande sostenitrice.
Pensa che già nel 2007 Pinta Medicea realizzò un calendario con piatti della tradizione toscana rivisitati con birre artigianali sempre toscane. Fu un’esperienza memorabile perché in quel momento, in Italia, un discorso su abbinamenti birra e cibo non lo faceva praticamente nessuno, soprattutto con un approccio così legato al territorio e ai birrifici locali.
Di abbinamenti preferiti ne ho tantissimi, ma te ne dico uno tra i tanti: mortadella e lambic piatto. Me lo insegnò tanti anni fa un’amica chef. Però mi piace anche sperimentare senza troppe regole: spesso a casa si aprono semplicemente le birre che si hanno a disposizione. A volte nascono abbinamenti sorprendenti, altre volte stonature clamorose. Ed è divertente anche quello.
Se dovessi guardare al futuro della birra artigianale in Italia tra cinque anni, quale sfida pensi sarà la più difficile da vincere per i produttori indipendenti?
La birra artigianale oggi attraversa una crisi, lo sappiamo. Però, d’altro canto, oggi è normalizzata: si trova molto più facilmente rispetto al passato. In Italia ci sono quasi un migliaio di produttori locali. Il movimento deve proteggere e lavorare su questo capitale enorme. Oggi ci sono tanti consumatori che apprezzano la birra indipendente e le produzioni locali, e sono questi gli elementi che spero continueranno a essere importanti tra cinque anni.
Perciò continuo a pensare che servirebbe molto più lavoro comune, soprattutto sul marketing. Non parlo del singolo birrificio, ma proprio del prodotto “birra artigianale italiana” come categoria. E lo farei puntando su due concetti già detti: indipendenza e località del prodotto. In secondo luogo, andrebbero studiate a fondo le situazioni che funzionano — perché ce ne sono tantissime, eccome — cercando di creare un approccio nuovo al marketing.
Anche perché la birra, alla fine, è una cosa semplice: è sempre stata con noi fin dalla notte dei tempi, e va bene così.
Ringraziamo sentitamente Francesca Morbidelli per la disponibilità, la trasparenza e la generosità con cui ha condiviso la sua esperienza e la sua visione. Il suo percorso con Pinta Medicea rimane un esempio prezioso di come la passione per la birra artigianale possa trasformarsi in una divulgazione autorevole, coerente e capace di fare vera cultura.
A lei vanno i nostri migliori auguri per i futuri progetti editoriali, per i prossimi banchi di degustazione e per il continuo lavoro di valorizzazione del comparto birrario indipendente. Un ringraziamento speciale va anche a tutti i lettori che, oggi come vent’anni fa, continuano a coltivare la curiosità per questo mondo, un sorso e una storia alla volta. Salute!
