FUORI SPINA: Homebrewer, concorsi ed ego al patibolo: “Se vince è merito mio, se perde il giudice è un incompetente” -capitolo 10-

Dalle schede da 38/50 con i difetti nascosti sotto i complimenti alla guerra d'orgoglio sui gruppi social: l'arte di non accettare mai una critica

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C’è una domanda semplice, quasi banale, che mi capita spesso di rivolgere agli homebrewer quando li incrocio al banco o durante le degustazioni: “Ma tu la birra la produci per passione, per il piacere di berla o solo per mandarla ai concorsi?”

La risposta “di comodo”, pronunciata con la mano sul petto e lo sguardo fiero, è quasi sempre la stessa: “Per passione, ovvio”. Poi, però, scavando sotto la superficie scopri la realtà: non c’è concorso o tappa nazionale in cui non spediscano le proprie bottiglie. E intendiamoci: non c’è nulla di male in tutto questo. Ricevere feedback esterni e disinteressati è il motore della crescita. Una scheda di valutazione compilata con criterio, rigore e competenza è un’autentica manna dal cielo per chi fa birra in casa e vuole migliorare.

Il problema non è la competizione. Il problema sorge quando la scheda torna indietro con il verdetto.

La doppia morale delle schede: dal podio al patibolo

Guardiamo in faccia la realtà e analizziamo la metamorfosi psicologica dell’homebrewer medio davanti al punteggio:

  • Il podio (o il punteggio alto): Se la birra si classifica bene, assistiamo alla beatificazione dei giudici. Diventano all’istante professionisti impeccabili, palati assoluti, gente seria ed esperta. Il birraio sfoggia la sua vittoria sui social con post celebrativi e uno smisurato senso di appagamento.
  • Le lievi criticità: Se la scheda rileva qualche piccolo difetto, l’homebrewer drizza le orecchie, inizia a insospettirsi e mette subito in dubbio la sensibilità di chi ha assaggiato. Parte la ronda delle degustazioni “di verifica” con gli amici di cotta per smentire il verdetto.
  • I difetti conclamati: Qui siamo al limite del linciaggio mediatico. Il giudice (o la giuria) sale direttamente sul patibolo. Scattano discussioni infuocate, accuse di incompetenza, superficialità e mancanza di professionalità. Si arriva persino a pretendere l’esibizione dei “titoli” (BJCP, UBT, Sommelier…) con un’arroganza imbarazzante. Saccenza, frustrazione e mancanza di fiducia prendono totalmente il sopravvento.

La frase di rito? “Tanto domani la stessa birra è a un altro concorso, poi vediamo chi ha davvero ragione”.

Poi, puntualmente, il concorso successivo restituisce una scheda quasi fotocopia: stessi difetti rilevati, punteggio allineato, descrizione analoga. Pensate arrivi mai una lettera di scuse? Un “avevi ragione tu, ho sbagliato io in fermentazione”? Mai. Il silenzio cala pesante.

Il cortocircuito della Best Bitter: quando la scheda “buona” ti smentisce da sola

La comicità involontaria tocca il suo apice quando tra due concorsi si verifica uno scarto di punteggio importante (magari 10 o 12 punti in più nel secondo). Apriti cielo: “Vedi? Avevo ragione io! Quelli del primo concorso non capiscono nulla!”.

Poi però ti prendi la briga di leggere la scheda “promossa” — quella che l’homebrewer mostra con orgoglio — e ti imbatti nel giudizio finale (Overall) di una Best Bitter (stile 11B BJCP) da 38/50:

“Lieve mela verde. Carbonazione media, corpo medio/pieno, lievissima astringenza… Lieve felpatura della lingua da diacetile. Complimenti, esemplifica bene lo stile. Amaro un po’ troppo ruvido e tagliente, lo ingentilirei. Attenzione a piccoli difetti fermentativi non riassorbiti di diacetile e mela verde: lascerei la birra più a lungo sui lieviti e aumenterei la temperatura di fermentazione.”

Mentre il secondo giudice della stessa birra scrive che la birra è “Aroma di caramello accentuato, lieve miele, molto scorrevole, al limite del watering”.

Sia chiaro: in una stilistica tradizionale inglese come la Best Bitter, una piccolissima traccia di diacetile può anche rientrare nei canoni del profilo aromatico ed essere tollerata. Il problema sorge quando il diacetile supera la semplice “traccia” e si somma ad acetaldeide (mela verde che non te la levi più), astringenza e un amaro ruvido. Ci troviamo di fronte a un evidente accumulo di problematiche fermentative e di processo che, in un contesto rigido, farebbero storcere il naso, ma che in questa scheda vengono dorate con dei “complimenti” di facciata per far quadrare un voto alto.

L’homebrewer festeggia il 38/50 sventolandolo come prova di forza, senza rendersi conto che la scheda “amica” sta confermando le stesse criticità segnalate altrove, ma mascherandole sotto una generosità di punteggio che fa solo danni al suo percorso di crescita.

Dietro la scheda c’è un essere umano: il ruolo del taster

A questo punto, però, occorre fare chiarezza anche sul ruolo di chi sta dall’altra parte del tavolo. Fare il giudice, possedere un attestato o vantare oltre vent’anni di degustazioni alle spalle non trasforma nessuno in un super-taster infallibile. Significa semplicemente essere persone che amano profondamente la birra, che continuano a studiarla, a mettersi in gioco e, soprattutto, che ci mettono la faccia.

Analizzare e giudicare un prodotto sensoriale — che sia birra, vino, cibo o persino un’opera musicale — è un compito complesso e delicatissimo. Sentirsi additati con leggerezza di incompetenza o scarsa professionalità fa male, perché da parte dei taster l’impegno e il rispetto per il lavoro altrui sono sempre massimi.

Bisogna anche ricordare la realtà dei concorsi: un giudice, per quanto preparato, rimane un essere umano. Può incappare in una giornata no o risentire della fatica quando al tavolo si susseguono 12 o 15 campioni in sequenza.

E a te, amico homebrewer, va detto con la massima franchezza: fai l’homebrewer e impara ad accettare la complessità del tuo lavoro. Tutto ciò che leggi sulle schede tecniche delle materie prime non si trasferisce automaticamente e matematicamente nel bicchiere finito. La birra è materia viva, soggetta a decine di variabili, imprevisti e problematiche di processo.

Meno ego, più fermentatore

Impara dai tuoi errori, esattamente come noi taster cerchiamo ogni giorno di imparare dai nostri. Accetta le critiche — che, almeno da parte mia, nascono sempre con un intento costruttivo —, cerca di comprendere l’origine del problema e lavora per risolverlo.

Se chiedi un giudizio tecnico, devi essere pronto ad accogliere una diagnosi tecnica. Usare i concorsi come mero strumento per alimentare il proprio ego, cercando solo la conferma di quanto si è bravi, non porta da nessuna parte.

I giudici possono sbagliare, ma quando le criticità compaiono nel bicchiere, l’unica strada intelligente è mettere da parte la saccenza. Perché la cultura del miglioramento non si costruisce urlando ai quattro venti l’incompetenza della giuria, ma con l’umiltà di chi sa che c’è sempre qualcosa da imparare, sia davanti a una scheda di valutazione che davanti al proprio fermentatore.

Un pezzo di carta non sostituisce l’esperienza

Chiudo con una riflessione personale e amara, ma di cui sono fin troppo consapevole perché la realtà ce lo dimostra ogni giorno: per molti sembra contare più un pezzo di carta, un diploma o un attestato che anni e anni di esperienza vera sul campo.

Non ho mai voluto far pesare i miei attestati, i corsi fatti o le molteplici di serate formative affrontate in tutti questi anni. Ma se per misurare il valore e l’autorevolezza di una critica serve sventolare un patentino, allora il problema non è di chi assaggia, ma di chi giudica le persone dai titoli invece che dai fatti.

Ricordatevi una cosa quando vi sedete a leggere una scheda o quando contestate un tavolo di giuria: quante volte a quei tavoli siedono professionisti, birrai e publican? Gente che la birra la produce, la gestisce e la vende tutti i giorni per vivere, non per gioco. Accettate (o vi fate digerire) le loro valutazioni perché la birra la fanno sul serio, ma poi vi barricate dietro la solita scusa dell’incompetenza appena il voto non rispecchia le vostre aspettative.

Un attestato ti dà una base, ma è l’esperienza che ti insegna a capire cosa c’è davvero nel bicchiere. E finché si scambierà la saccenza per competenza e un diploma per infallibilità, l’homebrewing rischierà di rimanere una gara d’orgoglio anziché una scuola di crescita.

Nota Editoriale: Questo contenuto tratta temi di attualità o novità di settore. L'analisi è condotta in piena autonomia redazionale; il materiale non è frutto di partnership commerciali né è influenzato da logiche di sponsorizzazione.

Indagine – veneto nel bicchiere –

Informazioni su Stefano Gasparini 806 Articoli
Stefano è un appassionato di birra artigianale italiana da molti anni e ha dato concretezza alla sua passione nel 2008 con la creazione di NONSOLOBIRRA.NET, un portale che mira a far conoscere al pubblico il mondo della birra artigianale italiana attraverso recensioni, degustazioni e relazioni con i produttori. Stefano ha collaborato con la Guida ai Locali Birrai MOBI ed è stato presidente della Confraternita della Birra Artigianale. È anche il fondatore del gruppo Nonsolobirra Homebrewers e organizzatore del Nonsolobirra festival dal 2011. In sintesi, Stefano è un appassionato di birra che ha dedicato gran parte della sua vita a far conoscere e promuovere la birra artigianale italiana.