Come accade puntualmente ogni anno, al rientro da Beer&Food Attraction, sento il bisogno di rimettere in fila i pensieri, le storie raccolte e le degustazioni che hanno segnato queste giornate riminesi.
Eppure, questa volta c’è qualcosa che non torna. Un corto circuito mentale, se vogliamo. Per la prima volta in tanti anni di onorata frequenza, avverto una strana disconnessione: qualcosa, dentro di me, non ha girato nel verso giusto. Ero partito con le migliori intenzioni e aspettative solide, pur consapevole del progressivo ridimensionamento che il comparto artigianale italiano sta subendo all’interno della fiera. Ma la benzina nel serbatoio era quella di sempre: la voglia di scovare novità, di incrociare i vecchi amici di una vita e di condividere con loro bevute e chiacchiere in totale spensieratezza.
Tuttavia, il post-fiera mi restituisce un sapore diverso dal solito. Tralasciando la questione logistica — su cui ho già speso fin troppe parole nei report passati e che ormai conosciamo bene — preferisco non lasciarmi trascinare da questo senso di estraneità. Voglio invece concentrarmi sul lato costruttivo: quelle nuove realtà e attività che ho avuto il piacere di approfondire durante la mia permanenza a Rimini. Perché, nonostante tutto, è lì che batte ancora il cuore di questo settore.
Il mio tour tra i produttori non poteva che iniziare da Torino, facendo tappa da Metzger, marchio storico fondato nel lontano 1848. Oggi Metzger non rappresenta solo un pezzo di storia brassicola sabauda, ma incarna una vera e propria attitudine: quella di un brand che sa parlare al presente, proponendosi come birra quotidiana capace di rispecchiare il gusto e il carattere della propria città.
Ad accogliermi ho trovato Guido e Davide (una mia vecchia conoscenza), che con grande disponibilità hanno aperto i rubinetti per farmi testare l’intera gamma presente: Helles, Weiss, Modern IPA, Vienna Lager, Bock e Doppel Bock. Come facilmente intuibile, l’ispirazione del birrificio guarda con decisione agli stili di matrice tedesca: produzioni tecnicamente complesse dove la pulizia è tutto, nate per essere facili da bere ma, come sappiamo, estremamente difficili da produrre a regola d’arte.
Nel complesso, ho trovato birre in ordine e dotate di una buona scorrevolezza, pur con alcuni margini di miglioramento su certe sfumature aromatiche. Se dovessi però indicare la mia preferita, la scelta cadrebbe senza dubbio sulla Doppel Bock.
È una birra di carattere, piena, che regala una bevuta ricca di note maltate e sentori di frutta rossa matura. L’alcolicità, seppur marcata, non risulta mai invadente, chiudendo con un leggero richiamo alle note tostate; un dettaglio, quest’ultimo, che la sbilancia leggermente rispetto ai canoni stilistici più rigidi, ma che ne sottolinea la personalità.
Dallo storico Manerba, in compagnia di Francesco, ho voluto testare la mano del birrificio sulle gradazioni leggere, laddove non ci si può nascondere dietro l’alcol e ogni minima imprecisione emerge inesorabile.
Peso Piuma: Light Lager (2.5% vol.) Il primo assaggio è stato la Peso Piuma. Posso tranquillamente affermare che, grazie all’estrema pulizia di questa Light Lager, il mio palato ne è uscito pienamente appagato. Una birra rotonda, secca e dalla scorrevolezza esemplare; qui la nota di cereale non cercava il protagonismo assoluto, ma restava elegantemente bilanciata da una luppolatura di stampo continentale, fine e misurata.
Clark kent: Dark Mild (2.9% vol.) Procediamo in bellezza con una Dark Mild da manuale britannico. Un profilo classico dove le note maltate richiamano con precisione la crosta di pane, il caramello, il mou e la nocciola. La bevuta è snella, quasi sfuggente per quanto è pericolosa, con un finale caratterizzato da un’amaricatura timida e floreale che ne sigilla l’eleganza.
Signor Sandro: Rauch (5.3%vol.) Salendo di grado e intensità aromatica, siamo passati alla Signor Sandro, una Rauch definita – a ragione – “Very Gently”. Un equilibrio millimetrico: l’aroma affumicato è presente e netto, ma senza mai scadere nella classica (e spesso stucchevole) nota di “scamorza”. Al palato la bevuta resta snella, con l’affumicato che accompagna la componente maltata con estrema gentilezza, chiudendo in modo secco e pulito.
Assaggi che non fanno altro che confermare una certezza: quando si parla di Low Alcohol, il birrificio Manerba dimostra di saperci fare davvero. Produrre birre così caratterizzate restando sotto i 3 gradi (Lager e Mild) è una sfida tecnica che pochi portano a casa con questa disinvoltura.
Un’altra novità che ci tengo a segnalarvi è White Hill Beer, un birrificio agricolo artigianale nato nel 2024 a Sarteano, in provincia di Siena. Ci troviamo in un fazzoletto di terra a cavallo tra la Val di Chiana e la Val d’Orcia, in uno dei contesti paesaggistici più iconici e suggestivi al mondo.
Alle spine ho incontrato Pierpaolo, che mi ha illustrato con passione la filosofia e le referenze del birrificio. Tra i vari assaggi, due hanno colpito la mia attenzione:
- Isig (Helles): Una interpretazione classica e pulita. Al naso e al palato dominano le note di crosta di pane tipiche del malto, ben bilanciate da una componente erbacea derivante da una luppolatura misurata e di stampo tradizionale.
- Rudolph (Tripel): Una birra decisamente interessante, arricchita dall’utilizzo del pepe di Sichuan. Le note citriche donate dalla spezia conferiscono una freschezza inaspettata a uno stile solitamente muscoloso, con i sentori speziati che risultano integrati con estrema precisione, senza mai prevaricare il corpo della birra.
Una realtà giovane che sembra avere le idee chiare su come coniugare il legame con la terra e la ricerca aromatica.
Come potete immaginare, gli assaggi nel mio taccuino sono stati molti di più di quelli che ho riportato in queste righe. In questo piccolo report, però, la mia scelta è stata deliberata: ho voluto accendere i riflettori solo su alcune sfaccettature di questa esperienza a Beer&Food Attraction, selezionando le etichette che mi hanno maggiormente colpito per pulizia, carattere o coraggio tecnico.
Ringrazio di cuore tutti i produttori per gli assaggi concessi e per quelle chiacchiere spensierate che rimangono, alla fine dei conti, il sale del nostro lavoro.
Tuttavia, a motori spenti, credo sia doveroso fare una piccola riflessione: Beer&Food Attraction ha ancora senso per il settore Craft italiano? La mia risposta è: forse sì, ma non con questo format.
A mio modesto avviso, qualcosa si è rotto. Ho assistito ancora una volta a scene che poco hanno a che fare con la cultura della birra artigianale: stand allestiti esclusivamente per l’immagine e avventori alla ricerca dell’ebbrezza facile, piuttosto che della qualità o del confronto umano con chi quella birra l’ha pensata e prodotta.
Detto ciò, Rimini resta comunque un’arena di confronto e una vetrina di visibilità imprescindibile, specialmente per le nuove leve che si affacciano sul mercato. Ma se vogliamo che il settore continui a crescere in modo sano, dobbiamo chiederci se questo palcoscenico sia ancora quello giusto per valorizzare la sostanza rispetto all’apparenza.
