Cosa unisce la gestione delle risorse umane all’analisi sensoriale di una birra artigianale? Molto più di quanto si possa immaginare. In entrambi i casi, al centro di tutto ci sono le persone, la sensibilità e le emozioni.
In questa intervista esclusiva incontriamo Lisa, Biersommelier formata presso la prestigiosa Doemens Academy e giudice internazionale nei concorsi brassicoli di tutto il mondo. Dalla formazione professionale con lo sguardo attento all’HR fino alle tappe nei birrifici tra Brasile, Paraguay e Stati Uniti, Lisa ci offre una visione pragmatica e fresca sul movimento birrario.

Lisa, la tua formazione accademica e professionale parla di Psicologia del Lavoro e gestione delle persone. In quale momento esatto della tua vita la “scintilla” della birra artigianale ha trasformato una curiosità in una carriera parallela così strutturata?
La passione per la birra è nata intorno al 2010 e ho iniziato a frequentare i primi corsi nel 2015. In quegli anni era più un interesse al quale dedicavo il tempo libero senza una progettualità in mente, se non approfondire la conoscenza della birra durante i viaggi, le fiere e i festival. Ho iniziato a pensare che potesse diventare un percorso parallelo qualche anno fa, frequentando la Doemens Academy per diventare Biersommelier.
Hai conseguito il titolo di Biersommelier presso la prestigiosa accademia Doemens. Quanto ha influenzato il rigore tedesco il tuo modo di approcciare l’analisi sensoriale e la narrazione della birra?
La cultura Doemens mi ha influenzato non tanto nel rigore (che ho già abbastanza di mio), quanto nell’avere un bagaglio di conoscenze più ampio e soprattutto un approccio più pragmatico. Il percorso di Biersommelier fornisce una preparazione approfondita a 360° utile per differenti professioni in ambito birrario; infatti nella mia classe eravamo solo due degustatori, c’erano birrai, professionisti del settore distributivo, publican, profili commerciali, etc. È quindi un corso particolarmente orientato agli addetti ai lavori.
Spesso si pensa alla birra come puro edonismo e all’HR come pura organizzazione aziendale. C’è un aspetto della psicologia del lavoro che applichi inconsciamente quando valuti una birra o quando ti interfacci con un birraio?
Sia la birra che l’HR parlano di persone. Oltre che con la psicologia del lavoro, ci sono tanti collegamenti con la psicologia in generale. Se pensiamo al prodotto finale «birra», sicuramente il collegamento con la piacevolezza è immediato e questo coinvolge l’ambito sensoriale, emotivo e mentale. Tutti gli aspetti di analisi sensoriale si collegano facilmente alla psicologia generale e alla comprensione di come funzionano i nostri sensi, la nostra mente, le nostre emozioni: elementi fondamentali quando si degusta una birra.
Se poi spostiamo il focus sulle professioni in ambito birrario, ad esempio quella del publican, credo che il collegamento con la psicologia dei consumatori e di chi ci si trova davanti sia molto intuibile. Se invece facciamo partire il ragionamento dalle risorse umane, i collegamenti con il mondo birrario sono davvero tanti: basti pensare all’ambito formativo e delle Accademy, alla selezione, alla motivazione delle proprie persone e alla possibilità di farle crescere, fino a temi più tecnici come la tipologia di contratto, l’orario di lavoro o la retribuzione.
Hai spesso trattato il tema della gestione delle risorse umane nei birrifici (anche in contesti come il SIMEI). Qual è la sfida più grande che i produttori artigianali italiani devono affrontare oggi a livello di team e cultura aziendale?
A dire il vero, ho avuto modo di parlare della gestione del personale nei microbirrifici solo una volta, durante il SIMEI del 2024, dove ho ripreso il testo pubblicato qualche anno fa da Gary Nicholas. Devo ringraziare Luca Grandi che me ne ha dato l’opportunità, ma per la visibilità che ho al momento, credo siamo stati i primi e gli unici ad affrontare un argomento simile per i microbirrifici. Subsequently, ho anche provato a proporre la presentazione ad altre fiere importanti, perché lo ritengo un tema ancora tutto da affrontare, ma non ho mai ricevuto risposta.
La sfida più grande al momento è almeno iniziare a parlarne. Iniziare ad essere consapevoli che la scelta e la gestione delle persone che si hanno in squadra è un elemento fondamentale e strategico per avere successo, sul quale bisogna lavorare costantemente. È inevitabile iniziare a lavorarci già in un birrificio che ha una dimensione di 4-5 persone.
Considerando che tanti birrifici non hanno la capacità di spesa per potersi permettere una professionalità dedicata, comprendo perché il tema si rimandi; è lì che diventa importante il supporto delle associazioni di categoria. L’American Brewers Association, ad esempio, ha da tanti anni una sezione del sito dedicata alle risorse umane, con corsi di formazione specifici, video, bibliografie consultabili e convenzioni con professionisti del settore, oltre a pubblicare spesso articoli dedicati sulla propria rivista periodica.
Come giudice internazionale hai girato il mondo, dal Brasile agli USA al Paraguay. Qual è l’elemento che distingue maggiormente il movimento brassicolo italiano quando viene osservato da una prospettiva globale?
Se penso al movimento brassicolo in generale, in ogni nazione in cui sono stata — e quindi anche in Italia, dove preferisco andare a visitare i birrifici personalmente più che partecipare ai concorsi — apprezzo e sono molto incuriosita dalla modalità che si ha di reinterpretare uno stile. Ho notato che c’è un’impronta che identifica ciascun birrificio, ma c’è anche un’impronta che identifica ciascuna nazione: è qualcosa che cambia costantemente in maniera dinamica, in base alle idee, al mercato, agli innesti culturali e alle mode.
Se invece pensiamo a ciò che distingue il movimento italiano, all’estero sono molto più interessati di noi alle nostre Italian Grape Ale (IGA) e alle nostre Italian Pilsner: ci guardano sicuramente con grande attenzione e curiosità.
Collabori attivamente con realtà che fanno della cultura e del territorio il loro perno. In un’epoca di “hype” e consumi veloci, come si riesce a mantenere vivo l’interesse del pubblico per l’aspetto storico e qualitativo del prodotto?
Credo che il perno per mantenere vivo l’interesse verso la birra artigianale stia nella sua natura di bevanda sociale, nel legame che riesce a creare tra la propria identità e il territorio, nel senso di inclusività e comunità che riesce a costruire e mantenere nel tempo con i propri clienti. Bisogna riavvicinare le persone tra loro e far riscoprire il piacere di stare insieme: e cosa può facilitarlo meglio di una buona birra artigianale?
Segui da vicino le tendenze del settore. C’è uno stile che oggi ritieni sottovalutato e che vorresti vedere più presente nelle tap list italiane?
C’è uno stile che i nostri birrai sanno fare molto bene e che sicuramente vorrei vedere più presente: parlo delle Italian Grape Ale. Esprimono la nostra identità, i nostri territori e offrono un’ampia varietà gustativa. Purtroppo questo stile non si vede spesso, non perché sia sottovalutato, ma perché è impegnativo da produrre, richiede tempi specifici e ha costi importanti. Questi sono tempi complessi e capisco che per chi fa business ci siano tanti elementi da considerare, ma da consumatrice mi piacerebbe molto rivedere le IGA con più frequenza nelle tap list.
Il mondo della birra è stato a lungo percepito come maschile, ma figure come la tua dimostrano una competenza tecnica indiscutibile. Come percepisci l’evoluzione della leadership femminile nel settore brassicolo italiano?
C’è ancora tanta, tanta strada da fare. Il ruolo delle donne nella birra è stato fondamentale già nel passato, ce lo insegna la storia. Attualmente in Italia le donne sono presenti sia in ruoli apicali che in ruoli operativi, ma sono ancora poche e si mostrano poco. In alcuni paesi all’estero mi capita di vederne decisamente di più.
Anche dal punto di vista dei consumi, ho percepito negli anni un aumento di interesse graduale del mondo femminile verso la birra: per fortuna si vedono sempre più donne ai corsi, agli eventi e ai festival.
Qual è il progetto, legato alla comunicazione o alla formazione brassicola, che non hai ancora realizzato ma che “bolle in tinozza” per i prossimi anni?
Mi piacerebbe poter sviluppare due temi a me molto cari nei prossimi anni: uno riguarda il turismo birrario, l’altro la formazione esperienziale. Vedremo come va!
Se dovessi scegliere una birra che rappresenti la tua personalità e il tuo percorso professionale, quale sceglieresti e perché?
Mi fai una domanda impossibile! Mi piacciono tantissimi stili e non saprei sceglierne uno solo. Posso dirti che da consumatrice scelgo lo stile in base a molti elementi: ad esempio al momento della giornata, all’umore, al posto in cui mi trovo, alle persone con cui sono, a chi l’ha prodotta, a quello che sto studiando o approfondendo in quel momento, alla curiosità… e molto altro.
Un sentito ringraziamento a Lisa per aver condiviso con noi la sua visione, la sua grande competenza e una passione autentica che va ben oltre il semplice bicchiere. Il suo approccio pragmatico e la capacità di coniugare il valore del capitale umano alla cultura brassicola offrono spunti di riflessione preziosi e indispensabili per tutto il nostro movimento.
Grazie di cuore per il tempo che ci ha dedicato e per il contributo costante che porta nella divulgazione e nella crescita del settore!
