Luppolo italiano, anno zero. La storia del tenace rampicante si appresta a ripartire, anche nel nostro Paese, con una lista di varietà autoctone. Un traguardo vicino, vicinissimo: da settembre, immediatamente dopo il raccolto tardo-estivo, saranno già sul mercato le prime, contenute, quantità. Per adesso – ma in cantiere ce ne sono già altre sette – si tratta di tre cultivar, con tanto di nome d’arte già registrato. Insomma, così come in tanti altri distretti “tradizionali” (Germania, Gran Bretagna, Boemia) e di più recente approdo sulla scena settoriale (Polonia, ad esempio), anche la Penisola si accinge ad alzare le proprie bandierine di marcatura territoriale nella corsa all’oro verde.

E’ questa una tra le notizie emerse a Marano sul Panaro dove, lo scorso fine settimana, si è tenuta l’edizione 2017 della Wild-Hopfest, appuntamento che rappresenta una spontanea appendice all’esperienza di coltivazione dei preziosi tralci su suolo tricolore, in corso da alcuni anni nell’ambito di un progetto sviluppato in collaborazione tra amministrazione comunale, Università di Parma e  Italian Hops Company, quest’ultima costituente l’elemento propriamente imprenditoriale del percorso in atto. Ebbene il boccone più ghiotto della giornata ha riguardato proprio il lancio, intanto, di tre selezioni del tutto italiane, nel senso che il corredo genetico è classificato come selvatico, dunque indigeno, sebbene in due casi si supponga frutto di derivazioni (comunque spontanee) di specie importate dall’estero quando, a Marano si era già avviato un’attività organizzata di piantumazione e crescita (si parla addirittura del XVII secolo, fase storica in cui la zona era tra i possedimenti della famiglia Montecuccoli, legata agli Estensi).

Ma veniamo ai dettagli: le tre varietà italiane si chiamano (tutte quante precedute dal codice alfa-simbolico M/P, identificativo zonale che sta per Marano sul Panaro) rispettivamente Futura, Aemilia e Mòdna. La prima (4.1% in alfa acidi, 3.2% in beta acidi) presenta aromi erbacei, speziati e terrosi; Aemilia (3.8% in alfa acidi, 2% in beta acidi) produce coni dal “naso” speziato, floreale, erbaceo e ancora una volta terroso (lo si è indicato come una sorta di Fuggles nostrano); il Mòdna (7.18% in alfa acidi, 3.69% in beta acidi) risponde con un arco olfattivo di tipo resinoso, agrumeto e erbaceo. Un primo passo importante, in attesa ovviamente di far verificare la bontà e la validità dei luppoli in questione ai nostri birrai, per capire se queste cultivar saranno in grado di marcare positivamente la bevuta con un riconoscibile tocco Made in Italy. Insomma, riprendendo il titolo del convegno: luppolo italiano, il futuro è già qui.

Di Simone Cantoni su Fermento Birra